Idee vecchie. Su "Gli sdraiati" di Michele Serra


Ho letto "Gli sdraiati" di Michele Serra qualche settimana fa e per un po' mi è ronzata in testa l'idea di scriverci sopra qualche riflessione; però non riuscivo a capire se ne valeva la pena. Il libro è certamente ben scritto, ma da quando l'ho chiuso, mi ha lasciato una brutta sensazione. A mio parere è un libro completamente sbagliato. È sbagliato, perché sono sbagliate le idee che lo sostengono. Oggi mi sono deciso a buttare giù qualche appunto, mentre stavo ormai per riconsegnarlo in biblioteca, ed ecco qui.

Si tratta di un libro, un po’ romanzo e un po’ diario. È una riflessione sulla "paternità" nel nostro presente. I personaggi sono un padre (Serra) e un figlio (spero non il vero figlio di Serra). Il padre è cosciente dei propri limiti di genitore, tuttavia vorrebbe educare suo figlio alla libertà e alla consapevolezza; crede di poter far questo senza imporgli nulla (io aggiungo, senza prendersi responsabilità come genitore), come se il figlio dovesse capire automaticamente la presunta "santità" degli insegnamenti del genitore.
Il figlio dipinto da Serra è un concentrato di stereotipi sui giovani di oggi: apatico, distratto, confuso, disinteressato.

Ora, già qui ci sarebbe da eccepire; Serra non deve averne conosciuti tanti di giovani in vita sua, se pensa che quello che ha descritto sia il "modello" giovanile contemporaneo.
Io di giovani ne frequento parecchi ogni giorno - ragazzi dai primi anni dell'adolescenza fino all'età universitaria - e la maggior parte di loro sono appassionati, impegnati, volenterosi, attenti in tutto ciò che fanno. Li vedo tutti i giorni e non credo siano eccezioni alla norma.
Si potrà dire che concepiscono con più difficoltà l'idea di un impegno "gratuito" in ciò che fanno e di un impegno prolungato nel tempo in qualcosa che non sia di loro stretto interesse. Serpeggia un individualismo preoccupante. Però, da qui a proclamare l'Apocalisse generazionale come fa Serra, ce ne passa.

Serra impernia tutta la sua riflessione sulla contrapposizione delle categorie di vecchiaia e gioventù, compiendo, a mio parere, un errore fondamentale: riduce i due concetti ad un dato puramente anagrafico e facendo così non può certo pretendere di rappresentare la realtà delle cose.
Com'è possibile incasellare qualcuno solo in base alla sua età? Se hai tot anni sei "vecchio", se hai meno anni sei giovane? E a che età di preciso avverrebbe questo passaggio?
È evidente che il discorso non sta in piedi.

Per Serra, dall'età di una persona discenderebbe il fatto che:
1) se sei vecchio allora automaticamente "hai capito" (cosa, non si sa), "possiedi l'esperienza" e puoi trasmetterla, sai cosa va fatto e cosa no, sai cosa sono il bene e il male (in realtà lo sai quando ti comoda, aggiungo io, perché - proprio come fa Serra stesso - ti è molto più facile rifugiarti in un relativismo di comodo, così da non doverti esporre nei momenti in cui si devono compiere delle scelte)
2) se sei giovane non puoi capire, ti lasci vivere, sei apatico, non sai fare o non vuoi fare nulla...
Dunque? Tutto qua? A me sembra una riflessione ben misera e soprattutto - ripeto - sbagliata.

Vecchiaia e giovinezza non sono due momenti della vita dell'Uomo, ma due stati mentali; mi sembra abbastanza evidente. Per di più si conquistano (o si perdono) a prescindere dal proprio numero di primavere.
Consiglio a Serra di farsi un giro in un centro di aggregazione, in una scuola, in un oratorio, in un cinema, in uno stadio, nella sala d'aspetto di un ambulatorio medico, in un centro sociale, in un bar o in qualsiasi luogo frequentato da "persone"; scoprirà che è pieno di giovani-vecchi e vecchi-giovani, giovani-giovani e vecchi-vecchi. Si chiamano "persone", appunto, e sono ognuna diversa dalle altre.

Connessa a quest'idea, c'è un'altra cosa che mi ha infastidito di questo libro, cioè le tirate a difesa della generazione politica di padri a cui anche Serra sente di appartenere. Dice Serra che questi padri, in nome della libertà e del rifiuto della cieca Autorità dei Padri del passato, hanno lasciato i figli liberi di scegliere o liberi di non scegliere. Praticamente, dico io, hanno abdicato all'idea stessa di Paternità, alla funzione precipua del loro ruolo. Bravi, eh!
E poi sono tirate che suonano (ma ammetto che potrebbe essere un mio pregiudizio) come difese d'ufficio dell'establishment della sinistra italiana di cui anche Serra è parte integrante: "Ma come, figli, vi abbiamo lasciati liberi di errare per vent'anni, abdicando da ogni nostra responsabilità politica, abbiamo finto di fare opposizione, di difendere la libertà e la dignità di questo paese, e non siete felici? Vi abbiamo lasciati liberi di scegliere tutto (e quindi di non scegliere niente) e voi non siete contenti? Non ci ringraziate?"
Grazie, avevo proprio bisogno di un motivo in più per dire addio a questa finta sinistra. Me lo segno.

E poi il finale: scontato e consolatorio quanto basta per cercare di asciugare il fiume di lacrime di coccodrillo che aveva ormai impregnato tutte le pagine del romanzo.

Questo è un possibile spoiler, quindi occhio. Ma trovo che l'errore fondamentale del pensiero che sottende questo romanzo, si possa riassume tutto nel tormentone del libro e cioè nella proposta da parte del padre di andare in montagna assieme al figlio per affrontare la fantomatica camminata del Colle della Nasca. Un desiderio che il padre esprime ordinando, implorando, minacciando, mai facendo ciò che sarebbe più logico e rispettoso della libertà del proprio figlio, cioè semplicemente chiedendo in maniera semplice e cortese: "Ti va di venire con me sul Colle della Nasca?" (Prego di rileggere il primo inserto su questa faccenda del Colle della Nasca, inizia con: "Dovresti venire con me...", che bell'esempio di democrazia.)

Un'ultima preoccupazione: non sono stato forse molto organico scrivendo, ma penso si siano capiti i motivi per i quali ho letto con fastidio questo romanzo.
Ora: se davvero questo romanzo sarà candidato al Premio Strega, come pare debba succedere, credo che saremo messi davvero male. "Gli sdraiati" di Michele Serra è un libro vecchio.

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